C’è chi attribuisce la colpa alla speculazione, chi alla mancanza di offerta, al turismo, agli investitori stranieri o ai tassi di interesse. Tutti questi fattori influenzano il mercato, ma nessuno di essi, da solo, spiega la portata del problema. Forse perché la questione abitativa non è mai stata realmente il problema centrale: è piuttosto lo specchio di un’economia che continua a faticare a trasformare la crescita in prosperità.

Negli ultimi anni, il Portogallo ha registrato segnali positivi. Abbiamo migliorato i nostri risultati negli indicatori europei di innovazione, i giovani portoghesi dimostrano competenze digitali superiori alla media dell’Unione Europea, gli investimenti tecnologici sono in crescita e stanno emergendo progetti legati ai data center, all’intelligenza artificiale e alle energie rinnovabili. Non siamo mai stati in una posizione migliore per partecipare alla nuova economia digitale. Ciononostante, i salari continuano a crescere lentamente, la produttività rimane al di sotto della media europea e il potere d’acquisto delle famiglie è ancora ben lontano da quello delle economie più sviluppate.

È qui che entra in gioco la questione abitativa. Per troppo tempo ci siamo chiesti perché le case siano costose. Forse dovremmo chiederci perché i redditi rimangano bassi. Una casa non è costosa o economica in senso assoluto; è costosa o economica a seconda della capacità economica di chi vuole acquistarla. Anche in un mercato più equilibrato, con prezzi che si stabilizzano in diverse regioni, acquirenti più selettivi e tempi di vendita più lunghi, l’onere per le famiglie rimane elevato. Il problema dell’accessibilità economica non scompare quando il mercato rallenta, perché la variabile essenziale rimane pressoché immutata: la capacità finanziaria delle famiglie.

Il vero dibattito dovrebbe quindi concentrarsi sulla produttività. Il Portogallo continua a produrre meno ricchezza per lavoratore rispetto a molti partner europei, e ciò si riflette inevitabilmente sui salari. L’Irlanda ne è un chiaro esempio: poco più di tre decenni fa aveva livelli di sviluppo simili a quelli del Portogallo; oggi è una delle economie più produttive d’Europa, attira investimenti tecnologici ad alto valore aggiunto e retribuisce molto meglio i talenti. Non è stato il settore immobiliare a trasformare l’Irlanda. È stata la produttività.

In Portogallo, siamo spesso bloccati in un contesto lavorativo in cui produttività, merito e retribuzione non vanno sempre di pari passo. Ogni volta che si parla di maggiore flessibilità del lavoro, il dibattito assume rapidamente una connotazione ideologica. Ma flessibilità non significa assenza di diritti; significa creare le condizioni affinché le aziende possano premiare chi crea più valore e affinché i lavoratori, specialmente i più giovani e qualificati, vedano le proprie prestazioni riflesse nell’avanzamento professionale e salariale. Finché l’anzianità di servizio prevarrà sul merito, continueremo a perdere talenti, a limitare la competitività delle aziende e a ostacolare la creazione di ricchezza.

Il Portogallo ha naturalmente bisogno di costruire più alloggi e aumentare l’offerta. Ma sarebbe un errore credere che risolveremo la crisi abitativa senza affrontare prima la crisi della produttività. Perché, in fondo, le case non raccontano solo la storia del mercato immobiliare. Raccontano, soprattutto, la storia dell’economia portoghese.